Leggendo i giornali e ascoltando i telegiornali in questi giorni, una notizia in particolare ha catturato la mia attenzione: la situazione della Electrolux di Porcia.
Ho un ricordo netto delle notizie sulle lotte operaie e sugli scioperi che facevano grande scalpore negli anni ’70, quando la fabbrica si chiamava ancora Zanussi. Oggi i titoli su proteste, esuberi e cassa integrazione sembrano la prosecuzione di una storia già vista. Tuttavia, a un’analisi più attenta, le lotte di allora e la crisi di oggi mostrano differenze profonde nella natura del capitale, negli obiettivi dei lavoratori e nel contesto globale.
Sulla scia dell’Autunno Caldo del 1969, la Zanussi di Pordenone e Porcia fu uno dei laboratori più vivaci del sindacalismo d’avanguardia e di fabbrica. Dall’incontro tra il “Gruppo di azione e studio” degli impiegati e le maestranze dei reparti nacque il Comitato Operaio Zanussi. All’epoca l’azienda era un gigante industriale italiano in piena espansione produttiva, vero e proprio simbolo del miracolo economico.
La protesta di allora non nasceva dal rischio di chiusura dello stabilimento, ma dalle condizioni interne di lavoro. Si lottava contro la saturazione dei tempi e i ritmi stringenti imposti dai cronometristi, per la sicurezza nei reparti a rischio (come la lavorazione delle plastiche), per la parità di mansione e per rivendicazioni salariali egualitarie. La forza lavoro era imponente e fortemente concentrata: bloccare le linee di montaggio a Porcia significava paralizzare l’intera filiera dell’elettrodomestico italiano.
La situazione odierna presenta un quadro completamente diverso. Lo stabilimento di Porcia è oggi integrato nel colosso multinazionale svedese Electrolux, all’interno di un mercato dell’elettrodomestico maturo e iper-competitivo. La domanda europea di grandi elettrodomestici (il cosiddetto settore “bianco”) è ormai satura, e al calo delle vendite si aggiungono l’aumento dei costi energetici e la concorrenza dei poli produttivi dell’Est Europa e dell’Asia.
Oggi la vertenza non riguarda più i ritmi di catena o l’organizzazione del lavoro, ma la sopravvivenza stessa del sito: il calo dei volumi produttivi, l’impiego costante di ammortizzatori sociali (cassa integrazione e contratti di solidarietà) e i continui piani di ridimensionamento degli organici.
Anche il centro di gravità decisionale si è spostato. Negli anni ’70 la proprietà Zanussi — pur nella durezza dello scontro sociale — manteneva la direzione strategica e i propri interessi radicati nel territorio friulano. Oggi le decisioni su investimenti, volumi e tagli dei costi vengono prese nella sede corporate di Stoccolma, in base ai margini finanziari richiesti dai mercati e dagli azionisti globali.


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