Benzina a 2,15 euro: perché il gestore dell’impianto non sta diventando ricco (e perché i boicottaggi danneggiano lui, non lo Stato)

Quando vediamo il prezzo del carburante superare i 2 euro al litro, la rabbia degli automobilisti è comprensibile. Spesso, però, si cade in un errore di prospettiva: si pensa che, più alto è il prezzo alla pompa, più il benzinaio (il gestore) si arricchisca.

La realtà dei fatti è radicalmente diversa.

Il vero guadagno al litro: due spiccioli

Su un litro di benzina venduto a 2,15 euro, il margine lordo effettivo che resta in tasca al gestore si aggira solitamente intorno ai 3-4 centesimi.

Tradotto in percentuale:

  • Su 3 centesimi: circa l’1,4% del prezzo totale.
  • Su 4 centesimi: circa l’1,8%.

Tutto il resto del prezzo serve a coprire il costo industriale della materia prima, le accise fisse e l’IVA che vanno direttamente allo Stato. Su margini così risibili, per guadagnare cifre decenti servono volumi di vendita enormi, che oggi pochissimi impianti riescono a fare.

La giungla dei costi fissi

Prima di pensare che 3 o 4 centesimi al litro siano “facili”, bisogna guardare la lista delle spese che un gestore deve sostenere ogni mese, indipendentemente da quanto venda:

  • Fideiussioni e garanzie bancarie: necessarie per poter ricevere il carburante dai fornitori.
  • Commissioni POS e transazioni: con i pagamenti elettronici, una fetta importante di quel margine se ne va in commissioni bancarie.
  • Personale: gli stipendi e i contributi per chi lavora al servizio assistito o all’autolavaggio.
  • Servizi portavalori e sicurezza: la gestione del contante richiede ditte specializzate.
  • Manutenzioni e conformità: pompe, colonnine, impianti elettrici e ambientali richiedono verifiche continue e costose a carico del gestore.
  • Spese vive: connettività per la telematica fiscale, utenze elettriche elevate e assicurazioni obbligatorie.

Perché le proteste e i “giorni di boicottaggio” danneggiano il gestore, non lo Stato

Spesso sui social circolano appelli a “non andare a fare benzina in quei giorni” per punire i rincari. È un errore grossolano che sortisce l’effetto esattamente opposto:

  1. Il margine vive sui volumi: Il gestore guadagna quei 3-4 centesimi solo se il carburante viene venduto. Se l’impianto si ferma, i ricavi azzerano ma i costi fissi (affitto, mutui, dipendenti, bollette) restano identici al centesimo.
  2. Lo Stato non se ne accorge neppure: Un calo temporaneo o locale delle vendite non sposta di un millimetro i bilanci statali o le politiche fiscali sulle accise.
  3. Chi ci rimette è l’anello più debole: A pagare il prezzo di una protesta basata sul boicottaggio della pompa è esclusivamente il piccolo imprenditore locale o la gestione familiare, che rischia di chiudere i battenti, mentre le compagnie petrolifere e l’Erario restano intoccabili.

In conclusione

Il gestore di una pompa di carburante non è un “padrone delle ferriere” che specula sul caro-carburante, ma un imprenditore che muove grandi capitali per conto terzi trattenendo una percentuale microscopica.

Prima di organizzare proteste che colpiscono chi apre la saracinesca la mattina, bisognerebbe capire che il bersaglio è sbagliato: a rimetterci, alla fine, sono sia l’automobilista che lavora sia chi l’impianto lo gestisce ogni giorno.