Sanità in FVG: la toppa peggiore del buco e la fuga silenziosa dai reparti

La Regione Friuli-Venezia Giulia ha trovato la sua soluzione alla drammatica carenza di infermieri: arruolare quindici laureati da Ghana e Argentina, inserendoli direttamente al secondo o terzo anno dei nostri corsi universitari con una borsa di studio di 15.000 euro all’anno e un vincolo di cinque anni di servizio obbligatorio nel nostro Servizio Sanitario Regionale. Sulla carta, un’iniziativa di cooperazione internazionale. Nella realtà, l’ennesimo sintomo di una miopia politica che rifiuta di guardare in faccia la vera radice del problema.

Non c’è ovviamente nulla contro i professionisti che arriveranno da lontano, i quali cercheranno giustamente un’opportunità di crescita. Il punto nodale, che grida vendetta, è un altro: i corsi di laurea in infermieristica sono a numero chiuso, ma oggi i posti disponibili superano largamente i candidati. Le aule si svuotano perché fare l’infermiere nel pubblico è diventato un mestiere logorante, segnato da carichi di lavoro fuori da ogni regola, turni massacranti e un riconoscimento che non ripaga lo stress emotivo e fisico quotidiano. Fino a trent’anni fa, il posto fisso nella sanità pubblica rappresentava un approdo sicuro e ambito; oggi assistiamo all’impensabile: colleghi con vent’anni di servizio pubblico che fuggono nel settore privato o cambiano radicalmente strada pur di non soccombere al burnout.

La Regione stanzia fondi per attrarre personale dall’estero con contratti blindati a cinque anni, ma non investe un singolo euro per rendere attrattiva la professione per i nostri giovani. Si preferisce tappare una falla gigantesca con un cucchiaino, ignorando che l’intero sistema sta scricchiolando sotto il peso di un’organizzazione del lavoro insostenibile.

Se davvero si volesse risolvere la crisi infermieristica, la ricetta non dovrebbe cercare soluzioni a intermittenza, ma partire dai fondamentali: risanare l’ambiente lavorativo, garantire tutele reali, alleggerire i carichi e restituire dignità a chi ogni giorno tiene in piedi i reparti. Finché si continuerà a curare i sintomi ignorando la malattia, ogni delibera assessorile sarà solo un palliativo destinato a lasciare tutto immobile.